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Sostegno psicologico indiretto

 

Si possono richiedere interventi di tipo indiretto, rispetto al cosiddetto “portatore del sintomo e del problema”.

Molte volte il paziente (che va dall’infanzia, adolescenza, alla prima età adulta) non riesce per vari motivi a rivolgersi ad uno psicologo. Il più delle volte non riconosce di avere un problema o viene sconsigliato di rivolgersi ad una persona competente, quindi in questi casi per poterlo aiutare, l’intervento indiretto è l’unica possibilità di trattamento.

Spesso familiari e parenti del minore si sentono impotenti di fronte ad alcuni tipi di problematiche che apparentemente sembrano di difficile gestione.

I disturbi più ricorrenti sono di tipo ansioso, fobico/ossessivo, depressivo, disturbi del sonno,disturbi alimentari (sovrappeso o il rifiuto del cibo), tic nervosi, disturbo da deficit d’attenzione (ADHD), scarso profitto nell’attività scolastica, uso ed abuso di alcool e droghe varie.

Quindi il genitore o un membro adulto significativo, dopo che ha provato, ripetutamente, a mettere in atto vari comportamenti, pensando di poter aiutare il paziente, percepisce che è necessario chiedere un primo colloquio ad una persona competente, soprattutto perché se non si interviene prontamente il disturbo potrebbe cronicizzarsi, fissarsi ed aggravarsi.

Inoltre è stato notato che non è di aiuto inserire il minore  in un contesto di cura  diretto ma bisogna evitare che si senta un malato, inadeguato e percepisca di sentirsi un peso per la famiglia.

Il genitore è la persona giusta per aiutare il minore, dato che vive a stretto contatto con esso e osservando con attenzione i suoi comportamenti  saprà valutare con l’aiuto dello psicologo le strategie più adatte e quindi ripristinare una situazioni di benessere che porterà beneficio non solo al minore ma a tutta la famiglia.

Per quanto riguarda il sostegno psicologico indiretto all'adulto con disturbo borderline, le persone a lui vicino chiederanno un aiuto per sé stessi, perché è molto difficile riuscire a fronteggiare situazioni che si vengono a creare con un familiare con questo disturbo.

L’individuo presenta un vissuto emozionale variabile ed instabile ed uno dei primi sintomi che presenta è la solitudine e la paura dell’abbandono. Soffre di stati depressivi e mancanza di fiducia in sé stessi.

Il compagno o coniuge e l’intera famiglia devono farsi aiutare perché non è facile imparare ad aiutare e far capire a chi soffre di questo disturbo che deve curarsi, lui non percepisce di essere ammalato, bensì pensa “io sono fatto così e gli altri mi devono accettare.”

Infatti il paziente, nelle maggior parte dei casi, non chiederà una consulenza psicologica, ma se la chiede sarà solo per sintomi specifici come tratti depressivi, attacchi di panico, fobie, o sintomi sessuali. Ci sarà  un accordo tra lo psicologo ed il paziente, concordando gli obiettivi che si vogliono ottenere con il sostegno. Il professionista non potrà dare delle direttive perché il paziente non l’accetterà.

Purtroppo il familiare o il coniuge trascura la sua vita e il suo lavoro per poter aiutare il paziente; sembra che importante sia solo il familiare ammalato, la vita della famiglia inizia a girare intorno al paziente, che come sappiamo utilizzerà atteggiamenti di tipo manipolatori e ricattatori per gestire la famiglia e chi si sta interessando a lui.

Altri ricatti che il paziente può mettere in atto sono tentativi di suicidio, comportamenti auto lesivi, come tagli sul corpo,  condotte bulimiche, come abbuffate e vomito o rifiuto del cibo.

Anche i cambi di umore sono molto frequenti, anche in una stessa giornata (un momento sembra estremamente depresso, un momento dopo euforico). Questi comportamenti sono molto complicati da gestire, specialmente da una persona non esperta.

Quindi il professionista deve tracciare delle linee guida: lasciare inalterato ciò che piace al paziente e modificare quello che crea disagio e favorire una scelta consapevole di rinuncia di comportamenti disfunzionali ma solo quando il paziente sarà in grado di accettarlo.    

 

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